Il movimento come intelligenza di specie
VIA DALL’AFRICA
Sono qui, sono solo. Ho paura. Voglio andare,
scappare da queste terre, da questo tempo.
Dicono che altri hanno provato, ma non sono più tornati.
Se avessero trovato buone terre avrebbero fatto ritorno, per salvarci, l’avevano promesso. Dobbiamo trovare altre vie, partire, per noi, per loro, per chi rimane.
Vorrei parlare con gli altri ma non riesco con le parole a spiegare quello che sento, come se i miei pensieri fossero più veloci dei segni e del dire. Perchè non riesco a spiegare quello che sento? perchè il linguaggio non corrisponde al sentimento e al pensiero?
Un aspetto in particolare l’uomo ha in comune con quasi tutti gli altri animali ed esseri viventi: l’irrequietezza geografica. Un rilocalizzarsi condotto a volte in modo giustificato o apparentemente causale, più spesso, a prima vista, in modo del tutto irragionevole e casuale. Uccelli, ma poi mammiferi marini e terrestri, rettili, pesci, insetti, persino piante, alghe e funghi attraverso i semi e le spore. Nelle migrazioni c’è qualcosa che appare maestoso, qualcosa che non attiene solo al singolo, piuttosto alla specie stessa. Nella nostra specie è da sempre parte del mito, e la sua epica – la partenza, il viaggio, l’approdo, diviene in tutti i popoli l’epopea fondante della civiltà. La caduta dall’Eden, è il mito dell’abbandono del conforto della culla di Olduvai e della dispersione dell’umanità. Nell’archetipo, il viaggio è sempre accompagnato dalla tensione del muoversi verso l’ignoto: uno sconosciuto attraversare geografie mai narrate. L’esplorazione come attitudine fondante dell’eroe che si mette alla prova. Per sé e per tutti. Giasone. I diciottomila chilometri dalla Siberia alla Patagonia, e un confrontabile percorso dalle terre del fiume Omo (Etiopia) fino all’Australia — un viaggio di circa un anno di cammino, subito a confrontarsi con lo stretto di Bāb el-Mandeb, la porta delle lacrime delle leggende arabe, mettendo alla prova oltre l’estremo la propria capacità di sopravvivenza e di invenzione, di scoperta di mezzi di trasporto e strumenti per le arti e i mestieri. Un anno di andata, un anno per il ritorno — per narrare una volta e ancora un’altra — un infinito narrare — per mai dimenticare. Un segno lasciato scritto anche nella geografia, che ha fatto convergere, apparentemente senza connessione linguistica, il toponimo Omo con il genere Homo della biologia.
A lato della necessità del muoversi c’è l’opposta esigenza della costruzione di un mito del permanere. Del riconoscere i luoghi natii, e la corrispondente ansia del rivederli. Il mal d’Africa e i miti dei grandi ritorni: Ulisse, riconosciuto dal figlio ma non dalla moglie, figlio che ripercorre l’errare del padre, come se il viaggio dell’eroe divenisse parallelamente obbligo per la discendenza.
E ancora: perché quello che sembra più di tutto orientare una migrazione è l’andare-lontano e l’andare-difficile?
Un’ipotesi per le migrazioni globali
Cercheremo di offrire una spiegazione a due livelli del fenomeno biologico così pervasivo e poco compreso che spinge gli organismi a dar fondo alla loro straordinaria capacità di individuare e colonizzare ambienti lontani dal loro luogo di origine. Un meccanismo così potente, si potrebbe dire obbligato, pare poter essere solo evolutivo.
La scienza offre già due spiegazioni minori. La prima è quasi domestica: il lento rimescolarsi tra vicini, il sangue che circola di popolazione in popolazione perché nessuna si chiuda su di sé e si inaridisca. La seconda segue invece il respiro lento del paesaggio, il modo in cui gli organismi rispondono al variare del clima, dell’altitudine, delle stagioni. Sono fenomeni reali, ma minuti — una migrazione di manutenzione, silenziosa, che tiene viva la varietà senza spiegare l’attraversamento dei continenti, l’occupazione di climi nuovi, la colonizzazione di terre ostili.
Occorre un secondo livello, più profondo e più audace: la migrazione come ricerca di una nicchia, come inseguimento di un luogo in cui un tratto possa trovare la propria piena luce.
Una mutazione nasce in un punto del mondo, e non è detto che quel punto sia il luogo in cui essa avrà valore. Il genoma procede per tentativi, il paesaggio per disuguaglianze. Così una variante può apparire quasi inutile nel suo ambiente d’origine e rivelarsi decisiva altrove, dove clima, altitudine, risorse, competizione le conferiscono un vantaggio inatteso. La vita, allora, non si limita a subire il caso: lo insegue fino al luogo in cui esso diventa significato.
Qui la migrazione assume la sua qualità tragica e insieme eroica: non è spostamento, è l’attraversamento di un disallineamento — il tratto nasce prima del suo mondo, e quel mondo deve essere raggiunto. In questo spazio intermedio si colloca ciò che si potrebbe chiamare una trappola spaziale: un organismo può trovarsi bloccato in un equilibrio locale, discreto ma imperfetto, mentre altrove esiste un picco più alto. La selezione non favorisce soltanto il tratto migliore, ma anche il movimento verso il luogo in cui quel tratto potrà esprimersi pienamente. La migrazione diventa un ponte fra la possibilità e la sua compiutezza. E qualcosa – chiamiamolo pure natura – obbliga ad attraversarlo.
Il cammino come grammatica del destino. Itinerari immaginati senza mappe e senza certezze, senza altro che la pressione del mondo alle spalle e l’intuizione di un altrove davanti a sé. Non un viaggio verso un premio garantito, ma un atto di fiducia biologica: andare dove la vita può forse risultare più adatta a se stessa, anche quando tutto sembra suggerire il contrario. L’umanità ha fatto della sfida all’improbabile la propria firma evolutiva. Vincendo.

Ma per ogni approdo bisogna immaginare mille naufragi senza nome. La storia naturale non conserva che i vincitori: le rotte interrotte, le popolazioni disperse nel nulla, i tentativi che non hanno lasciato discendenza e rimangono solo nel culto dei morti e nei riti di sopravvivenza. La vita ha avuto cinquecento milioni di anni per tentare ogni cammino possibile, un’evoluzione tentativa che è stato un dissanguarsi enorme e silenzioso, e la specie migrante non è specie fortunata — solo quella residuale. Che ricorda tutte quelle scomparse senza lasciare voce.
Ogni passo portava con sé una scommessa: che oltre la prossima frontiera esistesse una nicchia ancora vuota, una configurazione del mondo capace di premiare una forza o una debolezza, un’abilità, un’incapacità apparente, una forma di resistenza. È il paradosso più alto della storia naturale: la vita si espande perché vulnerabile; si muove perché non è già perfetta; cerca perché non basta a se stessa nel luogo in cui si trova. Qualcosa che si lega a un sentimento innato di insufficienza, o perfettibilità.
Osserviamo un caso, quello più semplice e più difficile da equivocare: dal’Africa centrale all’Australia, attraverso mari mai visti, senza mappe, senza sapere se dall’altra parte ci fosse qualcosa. Non un corridoio di terra continua, ma un braccio di mare di fronte al quale inventarsi il modo di attraversarlo. È qui, meglio che altrove, che si vede quanto la migrazione non sia semplice dispersione: è invenzione — di imbarcazioni, di rotte, di un sapere che non esisteva prima che servisse.

A margine si può rilevare come alcune delle scene delle incisioni e pitture rupestri possano essere immaginate come segni di viaggio ad uso dei viandanti – qui potete cacciare queste prede; con queste tecniche e questi riti; qui siamo stati ed eravamo… con il numero delle mani a indicare la conta; noi, proprio come voi, e non altri animali potenziali utilizzatori della grotta – segnalata quindi come luogo relativamente sicuro o comunque già utilizzato.
I due livelli del mito
C’è però un punto che va tenuto fermo, e separato con cura da tutto il resto: alla selezione nulla importa, nemmeno l’obiettivo, si potrebbe dire. Non ha direzione, non promette, non deve niente a nessuno — premia soltanto la sopravvivenza, non come successo ma come pura permanenza del processo. Questo è il primo livello, cieco, muto, indifferente. Perché dietro la gioia spontanea di vita, c’è sempre un meccanismo da tenere attivo (W. Auden, For the Time Being).
Ciò che l’uomo non tollera è il non sapere. Obbedisce anche a un impulso senza nome, ma deve celebrarne il gesto, che nel mito diventano le gesta. La narrazione, che diviene celebrazione diffusa del gesto, porta un’aura che offre significato a un gesto altrimenti insensato. Nell’invenzione del mito sta l’abitabilità delle gesta: le azioni assumono dimensione pubblica, di specie, perdendo la dimensione di follia dei singoli.
Ecco perché il mito non muore quando arriva la spiegazione biologica. Sapere che una variante è stata premiata in quota non dice nulla sul perché dovresti essere proprio tu, in questa vita, a partire. Il racconto resta necessario, prima e dopo qualsiasi scienza.
Racconto che, nei miti di popolazione, si delinea in quattro declinazioni principali. Il distacco come colpa, punizione da cui non si guarisce — la caduta dall’Eden. Quella più classica della missione e del ritorno: Ercole e Gilgamesh che devono viaggiare fino ai confini del mondo, Giasone, Ulisse, il vello d’oro e il ritorno a Itaca; il movimento come vocazione, come viaggio e firma dell’eroe. Il viaggio come iniziazione: percorso che non è solo geografico ma verso un altro essere, con sorprendenti riferimenti alla biologia di speciazione — il mito finlandese di Väinämöinen alla ricerca delle parole perdute, e la ricerca della Visione dei nativi Lakota: il viaggio che è in grado di assegnare una nuova identità. E infine il mito del viaggio come tentativo riparatore delle morti di tutti i viaggi e del viaggio stesso della vita: Enea, Dante, Orfeo, il mito giapponese di Izanagi, il Popol Vuh e ancora il viaggio di Väinämöinen a Tuonela. Qui la semplice aritmetica direbbe, più dolore che eroismo.
Perché il fenomeno biologico non promette nulla — né condanna né ricompensa: accade — e la specie che lo subisce ha bisogno di tutte le narrazioni per accettarlo. Il mito come sapere distribuito e il mito come distribuzione del sapere.
Songlines: i canti di creazione
C’è infine la narrazione che narrazione non è, ma codice — un trattato tra sé e la propria terra. E viene proprio dai soli ad aver compiuto l’infinito viaggio: i nativi australiani.
Qui non sono ammesse deroghe né sfumature. Le songlines — le vie del canto — raccontano gli antenati del Tempo del Sogno che attraversano il continente cantando ogni roccia, ogni pozza d’acqua, ogni albero nel momento stesso in cui li fanno esistere. Non camminano dentro un paesaggio già dato: il paesaggio nasce mentre loro cantano e camminano. La terra non precede il viaggio, lo segue — o meglio, coincide con esso.
Ed è qui che la loro mitologia si stacca in modo netto da tutte le altre. Non raccontano l’attraversamento di un mare e l’incertezza dello stretto di Wallace. E a loro non serve la paleoetnologia per sapere se è accaduta: la traversata non è ammessa. Non c’è nessun “prima eravamo altrove” perché non c’è un “potremmo andare altrove”. È sapere di essere dove si deve essere e di non voler essere altrove. Il mito spegne il meccanismo biologico. Le songlines cancellano il viaggio nel momento stesso in cui lo compiono, sostituendolo con un atto di creazione diretta, senza cuciture.
È forse la risposta più radicale possibile alla stessa domanda muta che percorre tutto questo testo: che fare di uno spostamento che non si è scelto? Negare che sia mai avvenuto — cantando la propria terra si afferma che è l’unico posto dove poter essere. I nativi australiani: loro, come forse le popolazioni andine, le sterne artiche, e forse nessun altro. E non è un caso che sia il viaggio più lungo, difficile e, forse, irripetibile. Per questo il mito non è più sufficiente: piuttosto un atto notarile, che ti assegna la titolarità a risiedere, e non più a muoverti.
Il corpo sa la strada
Anche se, ormai raramente, a volte so di provare una sorta di percezione del luogo. Un sapere dove dover andare che non si decide: un semplice sentire. Come si sente il freddo, come si sente un profumo. È il luogo stesso a orientare, non la memoria che abbiamo potuto costruire nel nostro essere in quel luogo. Soprattutto non essendoci mai stati.
Un luogo, come un profumo, può darci avvertenza di sé solo attraverso qualcosa che il corpo può percepire: essere coscienti della propria posizione e avvertire una direzione. Abbiamo incastonati circa sei miliardi di cristalli di ossido di ferro tra meningi, tronco encefalico e cervelletto, di origine biologica — prodotta dal nostro stesso organismo. Quindi essenziale, verrebbe da pensare. Possiamo essere l’unica specie a possedere il materiale e non la funzione? Più semplice pensare che anche noi avessimo a disposizione un senso ulteriore: come i termorecettori e i chemiorecettori, dei georecettori basati sulla magnetite. Tra l’altro utilissimo, visto l’ambiente di vita. Un senso che ci consentiva di tornare a casa senza bisogno di pensarci.
Noi, animali in grado di percorrere normalmente quaranta chilometri al giorno o più, spesso fuggendo, spesso in una notte, spesso senza la minima possibilità di scegliere il momento. Non c’era tempo per lasciare segni. Non c’era tempo per fissare riferimenti — come quando si cammina con calma e ci si guarda intorno. Unica necessità quella di tornare — a casa. Con precisione e sicurezza.
Anche qui, in fondo, nasce il mito: quando il corpo ha smesso di sapere — o quando abbiamo smesso di fidarci che sapesse — i racconti hanno colmato il vuoto. Prima percepivamo la strada, poi abbiamo raccontato il cammino. Mentre l’universo continua a crearsi la strada che deve percorrere. Forse perché nativo australiano.
In copertina: il viaggio. Pittura rupestre, Grotta di Metanduno, Isola di Muna, Sulawesi Sud-Orientale (Wikimedia Commons). Cueva de las Manos e Saymaluu-Tash: Wikimedia Commons.
Alberto Bellani, 1 settembre 2026
