Le città di Bolognini
Ci sono film per i quali la città è sfondo, a volte casuale, dislocata, o solo di promozione turistica. Nel cinema di Mauro Bolognini la città è personaggio recitante – sguardo, condizione, seduzione, riparo, rimpianto, presenza – che imprime il proprio carattere alla storia e a sua volta viene trasformata dalla storia che vi si svolge.
La Milano di Bubù è una sorpresa – crediamo di conoscerla – invece Bolognini reinventa negli anni Settanta una Milano di fine Ottocento, senza nessuna archeologia – solo memoria: pittura, letteratura, fotografia. La ricostruzione storica non cerca la fedeltà, ma una forma di verità poetica: vicoli, cortili, case e strade compongono una città sporca, sensuale, miserabile, miserabilmente elegante, pericolosamente tisica, che trascina i protagonisti nella sua malattia e in quella della modernità a venire. Storia di corpi, denaro, prostituzione, e passioni, figure che trovano nella città il loro luogo ideale, senza farmacie né farmaci.
In Senilità, l’altrimenti splendida Trieste assume la stessa personalità umida, livida e astratta del protagonista, Emilio Brentani, da pioggia autunnale, che inzuppa i marciapiedi e le anime. La città di Svevo è sospesa, introversa, periferica e cosmopolita nel suo affacciarsi su di un mondo più grande che non raggiunge mai davvero – tante strade di fronte e nessuna voglia di percorrerle. Trieste è lo spazio mentale del protagonista: vie, caffè, architetture, tutte con la sua stessa esitazione sentimentale, la stessa malinconia di chi si ferma a osservare la vita al suo limitare. Trieste non illustra Senilità – ne è la forma urbana.
La Lucca in Giovani mariti non viene mai nominata, si riconosce dai suoi luoghi o una targa di macchina che scorre veloce, ed è sempre perfettamente se stessa. La vita sregolata, inquieta, adolescenziale dei protagonisti potrebbe appartenere a qualunque luogo; ma Lucca è troppo bella, troppo composta, troppo consapevole. Mura, piazze, strade sono il palcoscenico sul quale i ragazzi recitano l’enfasi e l’incoscienza primarie, mentre la città, magnifica e severa, osserva lo scorrere e maturare delle loro vite – teatro della vita e luogo di tutto.
Anche la Bologna di Fatti di gente perbene è palcoscenico, ma di un dramma di crimine borghese al quale la città assiste, vedendolo scorrere sotto i suoi portici, corridoi di vene e arterie attraverso cui il dramma sociale arriva in tutte le pieghe della città, luogo e condizione dell’esistenza.
Catania ne Il bell’Antonio è invece pienamente se stessa, palcoscenico anch’essa ma di teatro di strada. La città di Brancati ospita vite e famiglie dalle convenzioni barocche dalle quali sgorgano tragedie, con la stessa inevitabile naturalezza che la città trasuda nel suo bollore effusivo. Ipocrisie intrecciate in culti onorevoli e virili, privato tendente inevitabilmente al pubblico, tutto sotto lo sguardo della città, la sua architettura, i suoi palazzi, strade e salotti – lo stesso sguardo dei suoi abitanti.
Venezia, la Serenissima, ne La venexiana è una città notturna, decadente, carnale, libertina, in cui la meravigliosa bellezza delle sue forme è pari solo alla perfezione algebrica delle trame di piacere dei personaggi, perfettamente a loro agio nella natura labirintica e liquida della città, che tutto diluisce.
Ma sono molte di più le città a cui Bolognini dà forma nei suoi oltre quaranta film. Tutte con la loro anima, che non è sempre quella dei protagonisti: Roma mutevole, Firenze seducente, Milano visionaria, Trieste esitante, Lucca distante, Catania fatale, Venezia estrema.
Il cinema urbano di Mauro Bolognini è un viaggio nella geografia delle nostre città, guidati dalla sua sensibilità geometrica e topografica, un atlante sentimentale di città che cambiano volto più rapidamente di quanto la nostra percezione possa seguire. Rimangono le storie – la memoria, il desiderio, la vergogna, l’illusione – di un cinema di cui rimane inscindibile il ricordo degli avvenimenti e dei luoghi in cui sono accaduti.
Immagine di copertina: Lucca, Piazza Anfiteatro, dal film Giovani mariti di Mauro Bolognini (1958)
Alberto Bellani, 16 agosto 2026
