I grandi tramezzi affrescati rinascimentali

Nel contesto della Controriforma e delle disposizioni del Concilio di Trento (1545-1563), dalle chiese medievali e rinascimentali vennero progressivamente rimossi i tramezzi, le pareti divisorie che separano il presbiterio dalla navata, con il dichiarato intento di favorire gli spazi aperti e una più diretta partecipazione dei fedeli.

Ne derivò in realtà la cancellazione di un capitolo inestimabile della decorazione artistica tardomedievale e rinascimentale, e la perdita di molteplici capolavori tra i più significativi della storia dell’arte – citiamo solo il lavoro di Pietro Lorenzetti sul tramezzo della Basilica di Assisi e la distruzione operata dal Vasari nel 1566 del tramezzo di Santa Croce a Firenze con gli affreschi di Taddeo Gaddi (ma staccando e salvando Domenico Veneziano su altra parete). Un altro capitolo del difficile confronto tra il controllo liturgico-disciplinare della Chiesa romana e la spiritualità popolare e inclusiva del francescanesimo.

Introdotti dapprima nelle chiese monastiche dei frati minori osservanti, a loro e alle loro maestranze si deve l’invenzione di quel «modulo bernardiniano» che si diffuse poi rapidamente, probabilmente anche sotto diretta indicazione di Bernardino da Siena (1380-1444), documentato a Milano, Pavia, Lodi, Crema, Brescia, Bergamo, Mantova, Busto Arsizio, Vigevano, Como nei periodi tra il 1417-1422 e il 1430-1438.

Come elementi strutturali, i tramezzi, consentivano un facile adeguamento, sino al raddoppio, o più, delle volumetrie delle chiese, semplicemente aggiungendo una nuova aula all’edificio preesistente, nel caso questo si rivelasse non più adeguato, in relazione al numero di fedeli.

Con le sue ampie superfici (la parete di Varallo è di circa 85mq) e la sua piena, totale, immediata visibilità, il tramezzo affrescato rappresentò subito palco di sfida e prezioso contendere tra la maggiori personalità artistiche, motivato anche dall’ampia libertà espressiva che la committenza dovette lasciare all’artista e il variare della declinazione realizzativa, dalle complesse strutture a riquadri sino alla scena unica ideata dal Luini per Lugano.

Il prototipo da seguire, la grande Crocifissione centrale circondata dalle scene della vita e della passione di Gesù, fu probabilmente definito da Vincenzo Foppa negli affreschi delle chiese, ora distrutte, di San Giacomo a Pavia e probabilmente Sant’Angelo fuori le mura a Milano.

I modelli superstiti:

  1. Novara. Abbazia di San Nazzaro della Costa. 1470 ca., Cristoforo Moretti (attr.), 15 scene superstiti.
  2. Martinengo. Ex Monastero di Santa Chiara. Sui resti del tramezzo dell’ex convento delle clarisse, rimangono intatti i due riquadri della Crocifissione e Deposizione, e altri quattro laterali, lacerti di ulteriori due riquadri in basso. Antonio e Matteo Zamara, seconda metà del ‘400.
  3. Piancogno, Convento dell’Annunziata, Giovanni Pietro da Cemmo (attr.), 1479, 27 riquadri + riquadro centrale
  4. Ivrea. San Bernardino, Martino Spanzotti, 1480-1490. 20 riquadri + riquadro centrale
  5. Varallo Sesia. Santa Maria delle Grazie, Gaudenzio Ferrari, 1513, 20 riquadri + riquadro centrale
  6. Bellinzona. Santa Maria delle Grazie, Stefano Scotto e bottega, 1515 ca., 15 riquadri + riquadro centrale
  7. Lugano. Santa Maria degli Angioli, Bernardino Luini, 1529, unica scena
  8. Caravaggio. San Bernardino, Fermo Stella (attr.), 1531. 4 riquadri + riquadro centrale
  9. Erba. Crevenna, Santa Maria degli Angioli, metà del ‘500., frate Gerolamo Cutica (attr.), unica scena
  10. Martinengo. Convento dell’IncoronataPietro Baschenis, 1623-1627, 4 riquadri + riquadro centrale