I luoghi pensati

Forme della memoria. I paesaggi delle forme antropiche

Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine , o la grazia,
Strappa da te la vanità ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione o nella vera abilità dell’artefice.
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza

gridava Pound dalla terribile gabbia pisana. Quell’urlo doloroso di una delle menti più vertiginose ed integrali del secolo, avvertimento e insieme denuncia, su molti fronti, delll’impossibilità di risolvere con maquillage e trompe-l’oeil i segni delle lineee della vita, rimarrà vilipeso. Concludeva Pound:

Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità

Avere con discrezione bussato
perchè un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto,
nella diffidenza che fece esitare.

L’assenza di vita è solo assenza di vita: la sua latitanza:

nessuna traccia se non nell’aria
nella pietra non c’è orma e le mura grigie di nessun età
sotto gli ulivi
saeculorum Athenae.

Nei versi quasi contemporanei di Drummond de Andrade il sentimento dell’inadeguatezza della vita, pensata altrove da dove è vissuta, che agita un lavoro che non risponde di una costruzione del reale contigua al pensiero dal quale è stata stimolata, assume i toni colpevolizzati di un tradimento che rinnega l’impegno e il lavoro dei propri antenati, e la propria medesima cultura originaria, la forza e il discriminante delle singole civiltà.

Il punto è questo. Il lavoro di chi ci ha preceduto.

La realtà esterna che ci appare come unità a volta perfetta più spesso lacera e ferita, è la somma di contributi e di impegni trascorsi e di essi, come se ne conserva traccia documentaria, deve essere assunto l’impegno di costodirne la memoria territoriale. All’interno dell’orizzonte fisico che ci circonda dal nostro luogo di osservazione se l’immediatezza è quella della sintesi estetica definita dal nostro sguardo, il flusso percettivo coinvolge un’altra complessità di memorie: le relazioni del proprio tempo interiore col tempo di quel luogo, le relazioni tra il passato del luogo che ci accoglie e i propri luoghi interiori…, alto, su tutto, lo scambio di vita e di affetto, il paesaggio come colloquio, con l’amico che sa quando parlare, con parole infallibili, cresciuto con i nostri pensieri vicini.

Il territorio come comunione di sguardi che sorvegliano gli impegni che vi si sono intessuti, un parco verde degli alberi genealogici delle morfologie, pensate, e costruite, con attenzione estesa: la traccia della sua archeologia che ne guida l’attenzione e la tutela, a lato degli aspetti fruitivi.

E, con più forza, Calvino: Arrivando ad ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più ti aspetta al varco nei luoghi estranei o non posseduti.

Il rispetto integrale del lavoro passato non solo come memoria storica ma anche, e più propriamente, di validità tecnica e tecnologica dei dati storici del paesaggio.

Le Colmate di Monte. C. Ridolfi, in Giornale Agrario Toscano, R. Lambruschini, L. de Ricci, C. Ridolfi, Vol II, Firenze, Gabinetto scientifico letterario di G.P. Vieusseux, 1828.


L’attività antropica che ha trasformato ampie porzioni di territorio montano e di pianura, variandone forme e velocità evolutive in modo da accrescerne la compatibilità con le esigenze dell’uso del suolo, ha agito con tutta l’autorevolezza di un agente naturale. Pensiamo naturalmente alle sistemazioni irrigue del milanese, preromane, romane e cistercensi, un millennio e più di lavoro, e agli interventi etruschi a tutela delle rupi tufacee di Orvieto, Pitigliano, Sovana… per molti versi ancora del tutto insondabili.

La classiche sistemazioni della Scuola Agraria Toscana: rittochino (a), cavalcapoggio (b), giropoggio (c), ciglioni nei pressi di San Miniato. Le Colmate di Monte. C. Ridolfi, in Giornale Agrario Toscano, R. Lambruschini, L. de Ricci, C. Ridolfi, Vol II, Firenze, Gabinetto scientifico letterario di G.P. Vieusseux, 1828.


Si pensi ai campi terrazzati, così variati nella tecnica costruttiva: a volte impostati solo a ridistribuire i pesi delle falde di terreno gravanti sul substrato, a raggiungere un profilo di stabilità coerente con le condizioni di pendenza ed esposizione richieste dell’ attività agricola; spesso hanno assunto la pregnanza di vere sistemazioni idrogeologiche: la correzione granulometrica dei terreni riportati e assortiti sui ripiani è misurata per non consentire rapidi cambiamenti di stato nei suoli ed eccessive saturazioni in acqua, mentre i muretti a secco, pure estramamente variati quanto a dimensioni dei conci, spessori, pesi, direzioni rispetto ai deflussi delle acque.., garantiscono vie di drenaggio trasversali a quelle di massima pendenza attive sulle falde inferiori, interrompendo la pericolosa continuità dei filetti liquidi sull’interfaccia profonda tra substrato e terreno agrario.

Milano, giugno 1989 (Milano Ambiente, n. 3, 1989)

In copertina, tavola tratta da: Francesco Chiarenti, Riflessioni ed osservazioni sull’agricoltura toscana e particolarmente sull’istituzione de’ fattori, sul metodo del Landeschi e sull’ordinamento colonico, Manfredini, Pistoia, 1819.

Cipressi presso San Miniato, Val d’Orcia. © Alberto Bellani