Sperindio Cagnola e gli amici di pittura. Viaggio sentimentale ai confini del ducato.


Un itinerario di tre giorni e circa 200 km tra le prime asprezze montane, acque termali, le dolcezze dei laghi prealpini e appartati boschi di faggio, sulle tracce di Sperindio Cagnola, pittore attivo nei primi tre decenni del ‘500 in Ossola, Vergante e Novarese, sfuggente esponente di talento di una affermata famiglia d’arte.

Sperindio è il più giovane di tre fratelli, con Giovanni, il maggiore e Francesco. Il padre, Tommaso, muore nel 1509 lasciando a Giovanni bottega e ampie committenze in tutto il Novarese, Vergante e Ossola. Lavorano spesso insieme, ed è difficile attribuire le opere, solo il padre Tommaso spesso firma i lavori di famiglia.

Anche Sperindio collabora, ma con mano più dolce e autonoma. Curioso, informato, conosce Gaudenzio Ferrari, del quale diviene collaboratore nel secondo decennio del ‘500, con Fermo Stella, per arrivare poi a una sua più indipendente altezza.

Altezza, evidenza e mistero

L’opera di Sperindio è altezza, evidenza e mistero. Altezza, quella del pittore che collabora, nel primo Cinquecento, con grazia, sensibilità, originalità teologica e dottrinale, alle opere di Gaudenzio Ferrari; evidenza, perché se i suoi interventi sono, ad un primo sguardo, non distinguibili da quelli del maestro, a conferma della perizia dell’allievo, a una visione più attenta all’insieme dell’opera, i suoi volti, a volte dalla critica spregiativamente definiti “imbambolati” sono invece sempre riconoscibili e distintivi. Il mistero del nome: cosa nasconde? Forse bambino venuto al mondo per buona sorte, del tutto inatteso, o sopravvissuto miracolosamente a un parto in tarda età della madre, dalla salute fragile? Non sappiamo, ma possiamo immaginare un piccolo prodigio cresciuto tra le cure e gli affetti della numerosa famiglia, cui la suggestione del nome non è priva di risonanza. Dolcezza che trasferisce nei volti, in particolare quelli delle sue prime opere: buoni, distesi in affetti semplici, consapevoli, e negli sguardi della dolce premurosità e partecipazione familiare alla vita di tutti i giorni, volti che celano l’intensa spiritualità del quotidiano, rimasti discosti dalla matericità complessa, chiaroscurale, umbratile verso cui si avvia Gaudenzio. Il mistero degli occhi scuri e degli sguardi il cui nero spesso profondo, abissale, sembra voler trafiggere l’osservatore, ma apre in realtà una via verso la complessità del non detto delle sue opere. Si potrebbe parlare di sguardo inverso – uno sguardo che non osserva – ma introduce, indica, insegna la via da inseguire per arrivare alla soglia di quell’oltre che forse la sua sola pittura ha saputo trasparire in uno sguardo. Un’oltre invisibile, come l’armonia inudibile dei musici di Gaudenzio a Saronno, che qui è tracciata nella direzione di uno sguardo che si fa attraversare per portare oltre la luce. Mistero, quello di un maestro che dipinge sicuri capolavori, quelli delle collaborazioni con Gaudenzio e delle sue opere su tavola, e incerti enigmi attributivi, quelli dei cicli affrescati. A Crevoladossola forse il paradigma più semplice, anche per qualità di conservazione, di quanto fosse in grado di fare Sperindio anche come frescante, a Massino Visconti, Paruzzaro, Isola d’Orta, Vicolungo le sciarade compositive più complesse.

I luoghi del percorso
  1. Baceno. San Gaudenzio. Pilastro navata di destra: Madonna con Bambino, opera di altra mano, cui Sperindio forse collabora. Adamo ed Eva, prespiterio. Opera della tarda maturità. Di Sperindio sono Adamo e il serpente. La basilica è aperta tutti i giorni 9-18.
    A Crodo, oratorio di San Giovanni: Cristo Pantocratore, San Giacomo, Santo Stefano, San Giovanni Battista, Sant’Antonio Abate e San Sebastiano, datati in cartiglio 1515, probabilmente di Francesco Cagnola. Nella casa parrocchiale di Crodo, due Madonne con Bambino, sec. XVI e sec. XV.
  2. Crevoladossola Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Complesso ciclo pittorico: Ultima cena, Sibille, sui pilastri San Gervasio e San Protasio, San Rocco e San Sebastiano. San Vitale, San Sigismondo, San Lorenzo, Santo Stefano, Cristo fra angeli, figure dall’Antico Testamento. Solitamente visitabile la domenica, dopo la funzione religiosa delle 10.30.
    Nel Battistero di San Giovanni, antistante la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, affreschi dello Zanetto.
    Oira: parrocchiale di San Mattia, pale d’organo (1515-1530) provenienti da San Giulio a Baceno, pittore lombardo.
  3. Masera. Chiesa di San Martino. Trittico, Madonna con il Figlio tra i santi Giovanni Battista e Martino, a sinistra: San Sebastiano e Sant’Antonio abate, a destra: San Giulio e San Rocco. Per le modalità di accesso: Comune di Masera.
    Nei dintorni: oratorio di Sant’Abbondio; in località Ranco: oratorio di San Rocco (affreschi del 1402) e torrione risalente alla fine del XV secolo; in località Piazza: oratorio di Santa Maria e Santa Elisabetta (prima metà del ‘400); in località Ariola: oratorio di Sant’Antonio, sec. XVI (affreschi di Giuseppe Mattia Borgnis sec- XVIII); in località Rivoria: oratorio di San Giulio, sec XV, all’esterno dipinto dello stesso autore, in stupenda posizione panoramica; oratorio di San Giovanni Battista in Bosco con affreschi; in località Cresta: oratorio di San Bernardo; all’Alpe Pescia la cappella della Madonna della Neve, tra abetaie.
  4. Cavandone (Verbania). Chiesa della Natività di Maria Vergine nella frazione di Cavandone. Polittico, Madonna con Bambino, tra i santi Giovanni Battista a sinistra e Vittore a destra. Tra le prime opere, capolavoro di stile ed eleganza. Vesti, scarpina e tappeto holbeiniano ripetuti in molte opere.
    Per le modalità di accesso: Comune di Verbania.
    A Cannobio, Santuario della Santissima Pietà, pala d’altare capolavoro di Gaudenzio Ferrari, Andata al Calvario, del 1536. Orari 7.30–12 e 14-19.
  5. Isola Bella. San Rocco, Palazzo Borromeo. Tavola, Sperindio Cagnola (attr.)
  6. Massino Visconti. Chiesa della Madonna di Loreto. Affreschi deteriorati, tra i quali spiccano i lacerti di una Deposizione di Sperindio Cagnola. Emergono le figure della Maddalena con Giuseppe di Arimatea, della Vergine Maria con Maria di Cleofa e Nicodemo. Maria e l’altra Maria (Matteo), struggente rappresentazione delle due “sorelle” (Giovanni), di un dolore insieme intimo, familiare e totale, braccia che si cercano, mani che sorreggono, un mantello empito che non può contenere un dolore incontenibile, e una luce aurea sul velo di Maria che assegna un’altra evoluzione al dolore di quella Madre. Solitamente visitabile.
  7. Orta San Giulio. Complessa stratificazione pittorica realizzata da varie botteghe, inclusa quella di Sperindio. Di sua mano la Madonna in trono, bellissima, San Giulio, San Rocco. Parete della navata sinistra. Basilica di San Giulio. Visite: 9.30-17
  8. Arona. Collegiata di Santa Maria, Custodiva una Sacra Famiglia con San Rocco, San Sebastiano e San Cristoforo su tavola, andata perduta. Probabilmente di Sperindio.
    Polittico di Gaudenzio Ferrari, del 1511, inizio della collaborazione con Sperindio Cagnola e Fermo Stella.
    Monastero della Visitazione. Tavola, Madonna di Loreto con Santa Marta e San Rocco. Probabile sua prima opera nota.
    Chiesa di Santa Marta (o di Santa Maria di Loreto): conserva una copia secentesca della tavola di Sperindio Cagnola nel Monastero della Visitazione e una Madonna con Bambino, nei modi della Madonna della Buonanotte a Chiaravalle. Aperta in occasione di eventi.
    Chiesa dei Santi Martiri (o di San Graziano): Madonna in trono e i Santi (1488 circa), pala del Bergognone. Aperta in occasione di eventi.
  9. Paruzzaro. Chiesa di San Marcello. Sabato e domenica 9-18.
    Anche qui complessa stratificazione pittorica realizzata da varie botteghe e in ampia scansione temporale. Sperindio inventa un’intera parete con una immagine della Giustizia Divina, unica, originale, popolare e l’incredibile invenzione pittorica del Padre che con una mano accende il fuoco originario dell’inferno e aizza il leviatano, nell’altra tiene la spada tagliente della sorte definitiva. Di sua mano il Cristo che mostra le stimmate e il Battista. Interviene a vari livelli sul resto, di diversa qualità, che lascia terminare ad altri.
    Madonna del latte, tra i santi Rocco a destra e San Grato a sinistra, affresco di ambito firmato da Giovanni Antonio Merli, cognato di Tommaso Cagnola, datato 1488.
    Deviazione alla chiesa di San Martino di Engravo, chiesa cimiteriale a Bolzano Novarese. Gioiello del XI secolo, da visitare per i notevoli affreschi firmati da Tommaso e Francesco Cagnola, certamente noti a Sperindio.
    Invorio. Oratorio di Santa Marta: vita di Maria, Vergine con Bambino, bottega dei Cagnola nella cappella del nome di Maria. Affreschi seicenteschi di ambito del Morazzone.
    Informazioni presso la parrocchia.
  10. Fontaneto d’Agogna.
    Parrocchiale della Beata Vergine Maria Assunta. (1515). Sperindio Cagnola e Gaudenzio Ferrari, Pala dell’Assunta. Messa domenica 8.30 e 11.15
    Chiesa dell’Annunciata, affresco staccato, Annunciazione, Bottega di Sperindio Cagnola (1516), solitamente visitabile. Conserva inoltre opere di Tanzio da Varallo e del Legnanino.
  11. Momo (datato 1512) Oratorio della Santissima Trinità. Oratorio interamente affrescato dalla bottega di famiglia. Trentasette riquadri a descrivere le storie della fede, notevole per integrità e struttura narrativa. Interessante per la presenza di una Madonna di Loreto datata 1538 sul modello della tavola di Arona. Apertura da aprile a settembre: domenica 15-18
  12. Vicolungo. Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il vertice narrativo di Sperindio, un affresco di eccezionale bellezza, sulla strada che porta in Val Sesia, tante volte percorsa con l’amico Gaudenzio.
  13. Novara. Duomo e Basilica di San Gaudenzio. Collaborazione strettissima con Gaudenzio al Polittico della Natività nella Basilica di San Gaudenzio (1516) e subito dopo all’Ultima Cena del Duomo di Novara (1516-1518). Poi Gaudenzio sposterà l’ambito del suo lavoro alla Valtellina e al Milanese.
  14. Cerano (1510) Parrocchiale della Natività della Vergine. Polittico, Madonna con Bambino e Crocifissione. Con Fermo Stella e Gaudenzio Ferrari.

    Verificare gli orari presso i siti istituzionali.
PITTURA AL CONFINE DEL DUCATO DI MILANO. 1480-1560
Orientamenti e relazioni d’arte nelle aree di confine del Ducato di Milano (1480-1560): le botteghe famigliari e gli artisti attivi.

Un cenacolo sulle rive del Verbano

Vissi d’arte

Sfuggente è l’aggettivo intorno a cui ruota il nostro inseguire le tracce di vita e lavoro del nostro pittore. Sperindio Cagnola potrebbe essersi affacciato alla vita intorno al 1485: figlio, fratello, nipote, cognato e cugino di pittori. La sua formazione è scritta nella fittissima trama di relazioni familiari, dei pennelli e dei cartoni prestati, nella tela di esperienze, sensibilità, tecniche e conoscenze che saranno substrato per le sue evidenti attitudini. Cinque botteghe d’arte erano attive al tempo nell’area, presso le quali ha potuto, anche in modo non formalizzato, osservare e praticare: Cagnola, Merli, De Canta, De Buchis, De Campo. Padre pittore, due cognati, uno zio per via di matrimonio, tre fratelli, tre cugini, tutti pittori. Molto, moltissimo, ma sufficiente per ardire? Non sufficiente per i fratelli Giovanni e Francesco, che non lasceranno mai un confortevole quattrocentismo; sufficiente per Sperindio, per il quale questa solidissima rete ha costituito fermo abbrivio verso altre e diverse suggestioni.

Vissi d’affetti: il padre Tommaso, mamma Giustina e sette fratelli: Giovanni primogenito, Francesco, Angelo, Evangelista, Profeta, Concordia, Clemenza, e lui, Sperindio, tra i minori. Una risolta e concreta geometria della familiarità di sentimenti vicini e vissuti, per una quotidianità della dolcezza che ritroveremo intatta nella delicata compostezza delle sue figure. E nella fermezza di non voler mai lasciare le soavi stanze.

Tommaso muore alla fine del 1509 e lascia a Giovanni, figlio maggiore, bottega e ampie committenze in tutto il Novarese, il Vergante e l’Ossola. In famiglia lavorano spesso, forse sempre, insieme, ed è difficile attribuire le opere: mentre il padre lascia spesso la sua firma nei lavori di famiglia, probabilmente per confermare la riconoscibilità della bottega, di Giovanni non abbiamo nulla e pochissimo di Francesco (Madonna col Bambino al Santuario del Viganale, Montecrestese; San Martino, affresco esterno, chiesa di San Martino, Bolzano Novarese).

Sperindio probabilmente non collabora ai lavori correnti, o collabora solo fino alla morte del padre; tuttavia assiste, partecipa, conosce ambienti e committenze. Un atto del dicembre 1507 documenta un impegno comune tra Sperindio e il padre Tommaso per un’ancona a Gattinara, poi andata perduta o mai realizzata: testimonianza del lavoro comune sulle opere su tavola, e del precoce riconoscimento del figlio, dal talento già evidente e riservato per le commissioni di maggior prestigio.

La circostanza

Il nostro itinerario critico deve necessariamente iniziare da Cerano, il polittico è la prima opera di Sperindio di cui abbiamo riferimenti temporali certi: una grande opera con la Crocifissione al registro superiore, la Madonna con Bambino all’inferiore, otto santi nei quadri laterali e una composita predella. Un’opera riuscita e complessa — troppo complessa e troppo riuscita per essere un’opera prima. Il polittico si data a prima del novembre 1510. La data è uno spartiacque: se nel 1510 Sperindio dipinge così — con piena padronanza dei temi e degli spazi rinascimentali — la data allontana dalle opere di Sperindio la Madonna di Baceno del 1509, troppo vicina temporalmente e troppo lontana di qualità, e condensa intorno agli anni immediatamente precedenti le opere stilisticamente più ingenue e periferiche: Arona, Cavandone e Masera. Probabilmente in quest’ordine e tutte precedenti, di uno Sperindio ancora dentro la tradizione, prima dell’incontro con un maestro con cui dialoga alla pari, dentro un confronto che gli dona sicurezza, coraggio e piena libertà.

Nella pala di Cerano troviamo quello che sarà l’orizzonte artistico, e geografico, di Sperindio per i decenni successivi. Il sud d’ambito italiano: le trasparenze, gli sfumati lombardi, la composizione. Così lombardi e così risonanti di quanto in arrivo dalla grande città. Sperindio onora, dipinge, e se ne allontana. Sembra di scorgere Gaudenzio sorridere e sussurrare all’orecchio dell’amico che per rendere un paesaggio stupendo non occorre immaginare chissà che foreste di stalagmiti e stalattiti, ma basta la linea umida e calma della campagna, colta nel momento in cuì sopra vi trema e quasi muore la luce del giorno (Giovanni Testori, che parlava di pittura dipingendo pensieri con le parole). E il grande nord, un richiamo a una cultura certo studiata sulle stampe, ma avvicinata da un ovest più prossimo, sul grande crocevia transalpino, per mano dei maestri itineranti di circolazione fiamminga e borgognone, in felice osmosi con gli artisti locali e dei cui esiti deve avere avuto esperienza diretta — più Chieri che Anversa. E i tappeti holbeiniani, che ripete in quasi tutte le sue opere, Cavandone, Cerano, Orta, Vicolungo, la Madonna Vittadini, divengono un marchio che si impone allo stesso modo dei broccati dorati negli affreschi di famiglia. Il modello doveva essere la grande Pala Calegrani del 1489 che Bergognone dipinse per Arona, certamente vista e studiata da Sperindio e dagli artisti del tempo. Conosce e cita Dürer, Cranach, ma forse si sofferma più a lungo su Hans Clemer, Gomar d’Anversa e Francesco Berglandi. E tuttavia il suo dipingere è originale: l’orizzonte artistico si condensa nello scomparto della Crocifissione, dove Fermo Stella, Sperindio Cagnola e Gaudenzio Ferrari dipingono insieme — Maria (Fermo e Sperindio), il Cristo (Sperindio), San Giovanni (Gaudenzio e Sperindio).

Alcune date ci vengono in soccorso: Fermo Stella fu pagato nel 1510 per uno stendardo destinato alla fiera di San Bernardino di Arona, a Gaudenzio il 25 febbraio 1510 fu commissionata la pala per la Collegiata di Arona, alla quale Sperindio collabora. È l’anno, sono questi i mesi in cui si delinea il vergante sodalizio che porterà i tre protagonisti a muoversi insieme sul Verbano e le sue colline, a Varallo, Novara, Vercelli: Gaudenzio dalla sua Valduggia, Fermo dalla sua Caravaggio, Sperindio dalla sua Novara.

Devono essere circa coetanei, non c’è rapporto di bottega né vera gerarchia, ma una sintonia d’affetti e d’arti. Gaudenzio figura come riconosciuto maestro — ma, come i migliori, è maestro che non insegna. Cancellato dalla storia dell’arte dalla critica del barbarico e selvaggio desiderio di forma solida e del disgusto assoluto per le immagini scadenti (Pater e Berenson), Gaudenzio è fiore che nasce spontaneo tra le rocce e la terra delle sue valli, lì occorre salire per avvicinarsi all’endemismo del suo Rinascimento.

La modalità del cenacolo, della stanza d’arte condivisa, sarà una sua costante: la ripeterà a Vercelli con Giovenone e Lanino, a Milano con Della Cerva. Sul Verbano, nel 1510, la prima messa in scena. Gaudenzio non è un imprenditore distaccato, che abbandona i cartoni agli allievi — è artista teatrale, un regista artigiano la cui meravigliosa capacità di sintesi si realizza nella fisicità del cantiere e nella condivisione del lavoro. Essere insieme, per essere qualcosa che da soli non si può essere.

Prima dell’incontro

Il 1510 è lo spartiacque, ma prima? La Madonna di Loreto al Monastero della Visitazione di Arona, è forse opera prima di un artista di esuberante giovinezza. La sintesi verrà più tardi, insieme alla misura e alla virtù. Adesso aggiunge — draghi, una barca, vele che battagliano con le nuvole, un doppio sole e stelline come appese al soffitto di una stanza di bambino. La Madonna è già inconfondibilmente sua, il resto è ancora libero di essere qualsiasi cosa. L’opera cadde come sasso nello stagno, come scintilla che illumina prima di capire. E subito vide molteplici repliche: a Massino in una versione a fresco nell’abside della Chiesa della Madonna di Loreto, a Momo nella Traslazione della Santa Casa, datata 1538, ad Arona stessa in una copia secentesca di autore ignoto, e poi chissà. Opera di giovin prodigio, non milanese né borgognone, ma di famiglia che tutti conoscono e dove tutti dipingono.

Le iinee di contorno dei volti delle Marie di Arona, Cavandone, Masera

I polittici di Cavandone e Masera si inseguono tra ritagli, insolenti ricomposizioni ed errate attribuzioni. Gote sottolineate e vermiglie, rapidamente dimenticate dallo Sperindio successivo; stesso broccato a filo d’oro e pietre preziose; visi identici delle Marie, separate dalla Madonna di Loreto solo dal dettaglio della corona che gli angeli stanno per posare. Quasi sovrapponibili per stile — e Sperindio è pittore che evolve rapidamente — sembrano contemporanee, di un inizio Cinquecento pre-rinascimentale, pre-Cerano, pre-gaudenziano. Probabilmente intorno al 1508-1509. Dolcezza sperindiana che ritroviamo anche nella Maddalena di Massino Visconti, molto simile nel disegno delle linee, ma con una maggiore consapevolezza di colore e di sentimenti, di cui diremo più avanti.

Il sodalizio

Ancora ad Arona, nella Collegiata della Natività, il Polittico del 1511 è il capolavoro di Gaudenzio poco più che trentenne alla sua prima opera di grande formato nota a noi pervenuta intatta (del 1508 sono i pannelli smembrati tra Torino e Londra del Polittico di Sant’Anna per l’omonima Congregazione a Vercelli). La firma è in predella Gaudenzio da Vinci, utilizzando il nome della madre, dunque senza mentire. Si può nascere da Vinci anche a Valduggia, pare sentirlo dire, con lo stesso sorriso, agli amici. Attribuzione che compare anche in un contratto del 1508 (Gaudenzio de Vinci de Varali) e nel 1511 per Arona (Magister Gaudentius de Vince Pictor, Colombo p. 291) e dice moltissimo — Leonardo vivente e la sua fama al culmine. La predella è defilata e molto dignitosamente composta. Avviciniamo lo sguardo e isoliamo quei volti, quegli occhi: è un giovane Sperindio che Gaudenzio già lascia intervenire con ampia indipendenza. Emerge il San Giovanni con la coppa, che a Massino diviene il balsamario di una Maddalena dall’indimenticabile concentrazione espressiva — il dolore trattenuto e composto, capelli come fili di luce che si stagliano su un lacerto d’azzurro. L’inconfondibile curva sperindiana delle sopracciglia, lo stesso disegno delle labbra. Un frammento di superba poesia pittorica.

Nel 1513 Gaudenzio e Sperindio sono a Varallo, sulla grande parete di Santa Maria delle Grazie, insieme a loro anche Fermo Stella.

Del 1514 è la Madonna Vittadini, se diamo fede alla vecchia targa nella quale si legge “Gaudenzio Ferrari. Dipinto nel 1514 per la Chiesa di San Martino a Roccapietra“. La data e il luogo sono convincenti: in Val Sesia, più o meno contemporaneamente alla collaborazione per Varallo, anche se la critica recente tende a posporla di qualche anno. Quattro mani non distinguibili, Gaudenzio che cita Sperindio e Sperindio che cita Gaudenzio. Riattribuita da Gaudenzio a Sperindio da Giovanni Romano nel 1973, che aveva visto giusto — non è di uno o dell’altro, è semplicemente di entrambi. Gli angeli, la curva degli occhi, il tappeto, le scarpine appena sporgenti, il broccato e le pietre preziose — così preziose da sembrare vive, come a Cavandone. Più che pensare a uno Sperindio che si adegua a Gaudenzio, più persuasivo pensare che ciascuno dipinga se stesso, nella lingua dell’arte. Sperindio non è allievo da formare.

A Fontaneto d’Agogna, nella chiesa parrocchiale, è conservata la Pala dell’Assunta. Sperindio deve averla realizzata quasi integralmente, ma, particolarmente nel gruppo di apostoli, si intravedono lampi d’arte e di luce prodotti direttamente dalla mano di Gaudenzio. Niente più scomparti o predelle: è la messa a punto definitiva di un lavoro di sintesi che aprirà alle grandi commissioni successive: il Polittico della Natività nella Basilica di San Gaudenzio (1516) e l’Ultima Cena del Duomo di Novara (1516-1520). Va collocato tra il 1513 di Varallo e il 1516 di Novara.

Gli affreschi

Nei cicli affrescati si misura la complessità della bottega di Sperindio. In tutti i luoghi, la compresenza di affreschi eseguiti da famigliari, parenti e collaboratori ha fatto ritenere alla critica che Sperindio lavorasse in continuità con la bottega di famiglia. Si tratta invece di lavori non contemporanei. Sperindio viene richiamato negli anni seguenti dagli stessi committenti, o cercato come art star del momento — il primo nome ad essere cercato per i nuovi progetti. Non si sposta con una bottega strutturata, recupera collaboratori locali di volta in volta, senza un rapporto fisso di cantiere in cantiere. Da qui i salti qualitativi nelle sue opere affrescate. Sperindio dipinge quello cui tiene al momento, con indipendenza, sicurezza, autorevolezza. Il resto lo lascia ad altri.

A Massino Visconti, Sperindio lascia interventi di commovente bellezza nella parete di sinistra: Maddalena con Giuseppe di Arimatea, la Vergine Maria con Maria di Cleofa e Nicodemo. Maria e l’altra Maria — le due “sorelle” del Vangelo di Giovanni — in una rappresentazione di un dolore insieme intimo, familiare e totale: braccia che si cercano, mani che sorreggono, un mantello che non può contenere un dolore incontenibile, e una luce aurea sul velo di Maria che assegna un’altra evoluzione al dolore di quella Madre. A Massino Sperindio viene probabilmente chiamato dopo i successi di Arona, e siamo probabilmente tra il 1511 e il 1513, prima dell’impegno a Varallo e il primo definirsi dello stile ad affresco di Sperindio. E una bottega ancora incerta e mal definita.

A Isola d’Orta, nella Basilica di San Giulio, la situazione è complessa — cicli sovrapposti, collaboratori di livello diseguale, e una data, 1521, discussa, per un Sant’Antonio di dubbia qualità. Sperindio lascia invece interventi diretti e riusciti nella Madonna, in San Giulio e San Rocco, già orientati agli esiti di Vicolungo. Il resto è suo a vari livelli, o non è suo.

Paruzzaro è il luogo che offre più spunti di complessità. La chiesa conserva una stratificazione temporale degli affreschi che va dal Maestro di Postua, all’affresco firmato da Antonio Merli nel 1488 — zio acquisito di Sperindio — fino a un’iscrizione relativa a un’indulgenza del 1524, concessa a chi visitasse la chiesa. Possiamo datare gli interventi di Sperindio tra il 1524 e non oltre il 1526.

Nell’abside, la raffigurazione della Giustizia Divina è un unicum nella pittura italiana del Cinquecento: un Dio che con una mano accende le fiamme dell’Inferno con l’altra tiene la spada della sorte definitiva. In basso un leviatano uncinato che ingoia una teoria di anime dannate. Ai lati, Maria espone il seno che ha allattato Gesù, Gesù mostra al Padre le stimmate, San Giovanni Battista reca su un piatto la sua stessa testa tagliata. Pittura di visione popolare e di pulpito, di artista che si fa notaio visivo di quello che tutti hanno ascoltato e non hanno dimenticato: la visione condivisa già presente nell’aria della piazza prima che toccasse il muro. Sono le immagini trasmesse dall’ascolto diretto dei predicatori francescani osservanti — quei frati presenti anche a Novara, Vercelli, Varallo, di cui Bernardino de’ Busti è il contemporaneo più influente.

Alle prime luci la piazza è già piena. La folla aspetta come prima di un temporale. Bernardino sale sul palco, la gente dice che vede cose. Comincia piano. Parla del momento esatto, tra un respiro e il non seguente respiro, che tutti hanno visto scendere sul viso di qualcuno. Parla di fiamme eterne, del leviatano grande come un granaio, coperto di squame come tegole di cotto, da cui cola pece nera viva rovente, che brucia la pietra dove cade. Ha artigli come roncole il cui taglio non libera, ma stringe come morsa di fabbro su ferro rovente. Il leviatano — dice — non vi divora, vi contiene come il granaio contiene il grano, come l’orcio contiene l’olio, per conservare intatto, bruciante, il vostro dolore.

L’affresco non nasce da una committenza forte e autorevole — non c’è qui la solennità compositiva di un Giudizio Universale programmato, nessun imprimatur teologico che ordini le figure e disponga le gerarchie celesti. Solo la densità caotica ed emotiva delle parole che turbinano nell’aria e non trovano posto né pace nella mente.

Sperindio dipinge il centro della visione con tutta la sua qualità, e lascia che il resto venga riempito da mani meno precise, sapendo che il dettaglio si sarebbe perso alla luce delle candele e nella distanza, avvolto nella saturazione emotiva della scena principale.

Per Crevoladossola abbiamo due date: 1518 sulla chiave di volta dell’arco trionfale e 1526 sulle vetrate di Hans Funk. Sperindio, al tempo affreschista esperto, avrà voluto vedere la luce definitiva prima di impostare il lavoro, Il 1526 è quindi da intendere come terminus post quem. Le vetrate colorate filtrano e colorano la luce in modo specifico, i valori tonali e i contrasti degli affreschi andavano calibrati sulla luce reale della chiesa finita. L’insieme è di eccezionale bellezza — finalmente omogeneo come qualità — e nei monocromi in grisaille Sperindio mostra l’apice virtuosistico della tecnica pittorica che era ormai in grado di maneggiare.

A Baceno Sperindio torna dopo Crevoladossola: pochi chilometri più in là nello stesso fondovalle ossolano. Qui aveva dipinto con suo padre. Tornarvi è naturale: un lascito, una memoria affettuosa, dovuta. E vi dipinge un Adamo che non ha più tentazioni — reclina il capo scostandosi da un’Eva che lascia ai collaboratori. Dipinge invece il serpente come spiritello boccoluto, a strisce colorate, le piccole corna: con fantasia libera e audace teologia. Tutte le seduzioni si sono asciugate, rimane la consapevole accettazione del destino in una ferma maturità del disincanto.

La fine della strada

Infine Vicolungo, dove il padre aveva lasciato una bellissima Madonna della Misericordia. Vicolungo è, poco dopo Biandrate, il punto di origine della Strada Biandrina, la principale via di collegamento per la Val Sesia, che tante volte deve aver percorso con Gaudenzio. E forse già troppo affaticato per viaggiare, Sperindio accetta un ultimo cantiere colmo di risonanze, a poca distanza da casa.

Nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie lascia una Madonna in trono con San Gaudenzio, San Giovanni, San Giuseppe — virum, lo sposo, in aureola — e San Sebastiano. È un’opera che parla all’amico e maestro, forse l’ultima volta. Gaudenzio Ferrari nell’ottobre 1528 è a Vercelli (Colombo, 1881) per risiedervi più stabilmente, poi negli anni successivi sarà intento a uno dei più grandi esiti … dell’intero Cinquecento italiano (G. Testori). Si saranno visti forse, avranno parlato. Sperindio, dalla sua Novara, si incammina con l’amico a fianco oltre il secolo e il suo tempo. Ed è un arrivare dove non erano mai stati. Gaudenzio vive nelle sue magnifiche macchine di partecipazione teatrale, Sperindio qui sperimenta una pittura risolta in architettura, nella quale la curvatura dello spazio diviene fusione prospettica che integra e coinvolge interamente lo spettatore, avvolto nella deformazione dello spazio narrativo. Le figure non popolano l’abside, sono esse stesse l’abside. Il punto di fuga portato fuori dalla composizione, e contemporaneamente, oltre il secolo. Disegna una teologia dell’accoglienza risolta dallo sporgersi e dileguarsi delle rigorose geometrie rinascimentali in un voluta laterale, avvolgente, che include lo spettatore. In aureola, i santi recano iscrizioni alternate in greco e latino (greco/latino-latino-latino/greco) e dicono della protezione ancestrale offerta dai santi protettori. Una medicina antica in lingua lontana che si stringe al centro, il presente — il latino, la lingua della liturgia quotidiana — per chiudersi alla dolcezza definitiva del cuore materno. Una mappa del tempo e dello spirito, che Sperindio racconta come una delle storie più belle sussurrate lungo le antiche strade.

Immagini
Gaudenzio Ferrari e Sperindio Cagnola. Polittico, Arona. 1511
Sperindio Cagnola e Gaudenzio Ferrari, 1511. Predella, polittico. Arona.

Sperindio Cagnola. San Giovanni, predella del polittico. di Arona ,1511 (riflessione orizzontale);
Maddalena, Chiesa della Madonna di Loreto, Massino Visconti.

Sperindio Cagnola e Gaudenzio Ferrari. Madonna Vittadini, 1514.

San Giulio. Isola d’Orta. Sperindio Cagnola: Maria, San Rocco, San Giulio.

Tappeti holbeiniani nelle opere di Cavandone, Cerano, la Madonna Vittadini, Isola d’Orta, Vicolungo

Paruzzaro. Sperindio Cagnola e bottega. La giustizia divina. Ricostruzione digitale, A. Bellani 2026.
Sperindio Cagnola. Il Cristo, San Giovanni Battista. Paruzzaro

Sperindio Cagnola. Hennin a farfalla di stile nordico (Sibilla Eritrea), i profeti Michea e Amos. Crevaladossola.

Sperindio Cagnola. Ultima Cena. Crevaladossola.

Adamo ed Eva. Sperindio Cagnola e bottega; Adamo. Sperindio Cagnola. Baceno

Sperindio Cagnola. San Gaudenzio, San Giovanni, San Giuseppe, San Sebastiano. Vicolungo

Sperindio Cagnola. Madonna in trono tra San Gaudenzio, San Giovanni, San Giuseppe, San Sebastiano. Viclolungo

Bibliografia

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  • La famiglia Cagnola: sulle tracce di una bottega di pittori del novarese. Giornata di studi, 4 maggio 2024, Villa Giulia, Verbania. Catalogo della mostra, a cura di Agostino Roncallo e Luca di Palma, in Nuove ricerche di storia dell’arte novarese, 4, Booksystem Novara, ottobre 2025.

    Grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo percorso, divenuto a sua volta magnifica occasione di amicizia e condivisione.

    Tutte le fotografie sono originali, ad eccezione di:
    Madonna Vittadini (Catalogo generale dei beni culturali, CC BY-SA 4.0)
    Scrivere per l’utilizzo delle immagini.

Alberto Bellani

Ultimo aggiornamento 7 giugno 2026