Le migrazioni umane del Pleistocene superiore. Seconda parte

Sentieri interrotti

In Holzwege, per Heidegger l’inoltrarsi lungo percorsi senza meta è un attivo e ramificato scoprire il bosco del linguaggio. A orientarci, accenni di sentieri che portano verso radure dove la luce dell’alba filtra a fatica, livide nebbie sull’erba, tronchi con muschi illuminati per attimo da un raggio di sole, terreni umidi custodi di segreti dimenticati. Iniziare il percorso significa accettare di perdersi, in solitudine. Soli di fronte a pagine silenziose e luoghi senza meta. Perché il destino non è nella meta ma nel presentarsi del pensiero lungo il cammino.

Un abitare poeticamente la terra attraverso la custodia della parola e l’ascolto profondo della natura, idea che affiora negli ultimi scritti del filosofo tedesco e che si avvicina potentemente alle “vie dei canti” dei nativi australiani.

Le dimensioni dello spazio, le dimensioni del cammino

Piccoli gruppi, ripetutamente esposti all’estinzione, in uno spaesato attraversare tutte le latitudini del pianeta. La solitudine, il rimorso, il rimpianto, il dubbio di ritornare, lenito solo dall’urgenza di cercare luoghi, spazi, ambienti in cui finalmente potersi fermare. È il cammino che a poco a poco affina ogni attitudine necessaria. Un estendere le proprie capacità sensoriali alla lettura dei venti, delle correnti, della forma e la direzione delle nuvole, delle tracce degli animali, dei venti periodici, le brezze del mattino e della sera, lo scorrimento dei ruscelli e la distanza dalla sorgente dalla qualità dell’acqua, l’accumularsi delle nuvole sopra le isole prima che queste siano visibili.

Verso la luce del giorno

Muoversi su di un pianeta non ancora percepito come finita e disegnabile geometria, ma come aperto, inesteso luogo del tutto. Percezione all’interno della quale il partire verso ovest o il partire verso est non è stata una scelta, ma “il” sentire. Andare verso l’alba, un luogo preciso, là dove sorge il sole dei miti di creazione sumeri. Un tentativo di guadagnarsi il calore del giorno e il suo conforto, la possibilità di estendere i giorni e il loro tepore, e affrancarsi dal sonno e dalla notte. Un sonno pericoloso: con gli stessi incerti contorni del giorno, un alzarsi sul far del mattino, un coricarsi al tramonto, e il giorno dopo lo stesso sospeso ripetersi. Andare a est, dunque – via dalla notte. La prima aurora scorta dietro l’infinito orizzonte del Sahul dall’ultima riva delle Sulawesi: l’ultimo balzo da compiere. Per giungere alla luce primaria, e finalmente arrendersi al sonno. E poterlo chiamare sonno.

Gli atlanti dell’invisibile

Un senso del cammino che si è evoluto da semplice movimento-traslazione a un percorrere lo spazio costruendo il linguaggio necessario ad attraversarlo. Nelle stick chart dei navigatori delle Marshall, l’oceano non è cartografato come spazio ma come luogo delle figure di interferenza create dalle relazioni energetiche tra venti, correnti, aree emerse. Mappe concettuali non disegnate né incise, ma intrecciate con fibre di palma in modo da rendere plasticamente la fluidità delle relazioni. E lasciate a terra per essere percorse a mente durante il viaggio. Un uomo “primitivo” per il quale non esiste uno spazio esterno ed estraneo ma il luogo di un pensiero multidimensionale interpretabile attraverso il linguaggio di una maglia percettiva fluida.

Il senso degli Inuit per la neve

Ad altre latitudini, nel deserto bianco della banchisa polare dove il whiteout cancella permanentemente l’orizzonte, gli Inuit attivano una griglia sensoriale fatta di energia, vento, luce e lievi sentori. I suoni della slitta che si muove sui sastrugi, increspature, della superficie ghiacciata, come l’archetto sulle corde del violino, la pressione del vento sul viso, con la quale crescono sin da bambini, le tenui trasparenze dell’aria e persino i lontani, impercettibili profumi di terra e di mare portati da un infinito lontano. Una partitura bianca per essere a proprio agio nel più ostile degli ambienti terrestri.

Il senso dei Benuaq per il giorno

Nelle dense foreste pluviali del Borneo, dove la visibilità è ridotta anche a soli centimetri, la vista viene disattivata per essere sostituita dall’analisi del flusso percettivo degli aromi segreti del giorno. Nel corso delle ore, i Benuaq sono in grado di riconoscere lo schiudersi dei fiori, il gemere della resina dai tronchi, il grado di fermentazione del terreno, che variano con la quantità di luce a disposizione, le temperature, l’umidità. Camminare è seguire un tunnel percettivo che si apre in una mappa spazio-temporale in evoluzione dinamica.

Leggere i segni del tempo nello spazio

Percepire il percorso come coordinarsi all’interno di uno spazio-tempo è anche alla base della celebre capacità di tracciamento dei nativi americani, in grado di seguire il filo invisibile disegnato dagli steli d’erba piegati, l’umidità residua del terreno smosso, la freschezza delle foglie spezzate, i silenzi degli animali. Abbassandosi a livello del suolo, la linea da percorrere appare scritta sul terreno disturbato in micro tonalità di ombre e luci. Luoghi a più dimensioni all’interno dei quali si trovano a loro agio anche i boscimani San del Kalahari, per i quali camminare è entrare in uno specchio empatico predittivo. Per leggere il cammino occorre non solo interpretare i segni del territorio, ma fondersi con il battito cardiaco dei luoghi e degli esseri viventi che lo abitano: i San non solo conoscono la velocità, la stanchezza, il sesso, l’anzianità o la giovinezza degli abitanti del deserto che inseguono, si fanno essi stessi stanchi, sfiniti, assetati, per predire la ricerca di acqua e il desiderio dell’ombra che seguirà. Cacciare non è un atto di dominio già scritto, ma una mimesi psicologica che assume la parità come unico inizio possibile. E l’esito, la narrazione di un’incertezza che ha solo il deserto come testimone.

Le cose accadono quando le persone si spostano

Se la scrittura di Richard Ford prende forza da un sentire addosso la connessione con le forze più ampie della cultura in cui si è nati, la celebre frase, nelle ultime pagine di Canada – le cose accadono quando le persone non si trovano nel posto a cui appartengono – è il lucido riconoscimento, nella maturità della vita, che l’irrazionale e l’imprevedibile sorvegliano inevitabili sul limitare dei luoghi più riservati e sicuri.

All’inizio dev’essere stato un urlo. L’urlo devastato e strozzato dell’Eva di Masaccio in Cappella Brancacci, di voce prosciugata dall’interno, senza più soffio né respiro per emettere suono. Un ripensare colpevole nella più invincibile nostalgia, grande come solo il rimorso, a tutti gli addi, a tutte le assenze. Niente e nessuno che potesse dire di aver fatto la cosa giusta. Un peccato originale che rimarrà per sempre in un luogo profondo della mente. Mai superato, solo trascinato dallo scorrere dei giorni e delle stagioni in un buio, nascosto, recesso dove sopire.

Poi, forse, e piano, la lontananza da casa ha portato il bisogno di un nuovo senso dell’abitare. Magari all’inizio il riparo è solo senso di ripetere la dimora perduta. Poi il cammino giunge in spazi percepiti come sicuri e confortevoli, luoghi non solo di transito ma primi nuclei di significato, protezione e socialità. Un dove in cui finalmente poter stare, e magari voler rimanere, insieme. Lì il clima è favorevole, le risorse non devono essere cercate lontano e, dopo un po’ di tempo, dopo un po’ di stare, si sono messe a punto le tecniche e i metodi più adatti al permanere. Adatti a quel luogo e non ad altri.

Assetto paleoidrografico nell’area del mitico Dilmun

Come non pensare al Dilmun, il paradiso della mitologia sumera, da dove tutti gli uomini partirono. Il luogo verde, puro e luminoso, senza violenza e senza pianto; in cui l’acqua sgorga ovunque fresca e abbondante.

E una prima tecnologia domestica: i primi aghi sapiens con cruna, Potočka zijalka (Slovenia), 47-41.000 anni fa, prima si punzonavano le pelli e si univano con fibre, solitamente animali; e quasi contemporanamente, i primi tessili, anche utilizzando tinture vegetali (le fibre di lino tinte di Dzudzuana, Georgia, 34.000 anni fa). Diviene un abitare che è, insieme, un consentire l’inizio di un consolidarsi della cultura e del diffondersi delle informazioni. Prima dell’agricoltura, se l’abbondanza delle risorse lo consente. Sotto ripari già modellati sulla base sulle dinamiche dell’ambiente. E forse, anche il senso di un permanere nell’ombra e nel rispetto dei lutti lasciati nel viaggio.

Le origini dell’opera d’arte

Ma quando magmatici pensieri riemergono, si ha bisogno di un’arte per dar loro forma e sublimazione. I fregi di Göbekli Tepe, belli come quelli di un Art Nouveau belga o viennese, e già un po’ passé. Affiorati da un passato del tutto sconosciuto, ma quanto lontano? Come i dipinti dei creativi paleolitici, maestri di pigmenti e di disegno, e il genio di Chauvet, che 30.000 anni fa seppe inventare leganti, strumenti e tecnica visivo-immersiva, sospeso tra la fatica e la sopravvivenza quotidiana. E le mani di Metanduno, nelle Sulawesi, di fronte al salto verso l’ultima luce, 67.800 anni fa. E se la prima forma d’arte nascesse alla fine del viaggio? Per dare inizio a tutta la nostra civiltà? E per noi, nelle nostre passeggiate brevi come piccoli frammenti del giorno, almeno non dimenticare il senso profondo e antico del camminare.


Siti di Homo sapiens nel mondo.
Le vie di migrazione di Homo sapiens nel Pleistocene superiore

I luoghi del viaggio

La via della luce. Golfo di Aden → Oman → Ormuz → Makran → Costa occidentale indiana → Sri Lanka → Golfo del Bengala → Sonda → Wallacea

Le vie del Levante
Corridoio costiero egiziano-anatolico-pontico: Costa egiziana del Mar Rosso → Golfo di Aqaba → Valle del Giordano → Costa fenicia → Costa della Cilicia → Panfilia → Costa della Licia → Costa della Caria → Costa Ionia → Dardanelli → Costa del Mar di Marmara → Bosforo → Mar Nero → Delta del Danubio → Costa della Scizia → Penisola di Crimea → Valle del Dnepr

Corridoio continentale mesopotamico-caucasico: Bacino di Aleppo→Pianure della Mezzaluna Fertile → Altopiano di Erbil → Valle del fiume Zab → Bacino del lago Dukan → Bacino del lago di Urmia →Valle del fiume Aras →Costa del Mar Caspio



Riferimenti

In copertina: stick chart delle Isole Marshall (Micronesia). Ricostruzione. Immagini delle pitture rupestri da Wikimedia Commons.

Alberto Bellani, 25 settembre 2026