Analogie a svincolo e altre figure retoriche

Le fallacie logiche. Incompleto catalogo delle mosse con cui si evita una discussione.

Prendiamo una frase come: “In molti paesi vige ancora la pena di morte.” Un argomento serio, e rilevante. Ma verso quali e quante strade può essere diretto per non essere discusso?

Si può cambiare interlocutore: “Ma tu una volta mi hai detto che quello l’avresti ammazzato.” È il tu quoque: tu non sei diverso. Non si risponde a ciò che è stato detto, ma a chi lo dice: la tesi resta intatta, ma si cerca di dichiarare non coerente e inattendibile chi la sostiene. È scambiare la credibilità di una persona per la verità di ciò che dice. E trovare un medico pensieroso su di un balcone con una sigaretta tra le dita non destituisce di fondamento clinico le sue raccomandazioni sul fumo. Il bersaglio si sposta dalla tesi a chi parla.

Si può cambiare bersaglio: “E allora gli Stati Uniti?” È il whataboutism (più o meno: e allora tu?), nato nella polemica della guerra fredda, quando alle critiche sui diritti umani in Unione Sovietica si rispondeva rinfacciando all’Occidente le sue colpe. La tesi non viene negata, ma pareggiata: il conto si compensa e nessuno ha più titolo per giudicare. A differenza del tu quoque, il bersaglio è un altro soggetto, spesso la parte, il paese, lo schieramento di chi parla. E il pareggio è fittizio: che in alcuni stati americani venga applicata la pena di morte non rende meno discutibile che venga applicata altrove.

Si può cambiare gerarchia: “Ma il problema vero è la fame nel mondo.” È il benaltrismo, parola tutta italiana che viene da “il problema è ben altro”. È una figura subdola, perché spesso contiene una parte di verità: il “ben altro” può essere davvero grave. Ma le questioni non fanno la fila, e la gravità dell’una non annulla l’altra. Nessuno nega il punto, lo si retrocede, e un punto retrocesso abbastanza a lungo scompare dall’agenda.

Si può cambiare argomento: “Parliamo piuttosto dei diritti negati nel mondo.” È l’aringa rossa, la falsa pista. Il nome viene dal pesce affumicato che si narra venisse trascinato sul terreno per confondere i cani da caccia. La storia sarà anche una leggenda, ma l’immagine regge. Più semplice ancora: si offre una polpetta al mastino, il mastino dimentica di fare la guardia. Chi legge libri gialli conosce bene l’espediente: il sospettato è ovvio, l’indizio vistoso, tutto ciò che ci tiene lontani dal colpevole è messo in bella vista. L’autore non nasconde, ma ci fa guardare altrove.

Si può cambiare scala: dieci obiezioni lanciate tutte insieme, nessuna davvero centrale, ciascuna da smontare una per una. È il Gish gallop: spararle al galoppo si potrebbe dire, dal nome del polemista americano che ne faceva un metodo. Chi viene travolto da una raffica di sciocchezze non ha il tempo di confutarle, e si arrende di fronte alla gravosità del compito. È la legge di Brandolini, detta in modo più raffinato: l’asimmetria della scemenza, per cui l’energia necessaria a confutare una disinvoltura logica costa enormemente di più che produrla. Se poi le voci sono tante e parlano insieme, si arriva a quello che chiamiamo effetto pollaio: l’acuto e sopravociante starnazzare in cui dileguare qualsiasi argomento serio. Gli sconfitti sono due. Il primo è l’argomento, che sparisce. Il secondo è lo spettatore, che si dimentica della tesi e ricorda il rumore.

Si può cambiare tribunale: “Pound è un grande poeta.” “Ma era fascista.” “Caravaggio è un genio.” “Ma era un assassino.” Qui nessuno cambia argomento: si resta sull’autore. Cambia il tribunale. A una tesi estetica si risponde con un verdetto morale, come se fossero la stessa moneta. È la contaminazione morale: la colpa dell’uomo si allarga fino a macchiare la sua opera. Il caso è delicato, perché non sempre la replica è scorretta: molti grandi intellettuali italiani hanno avuto a che fare con la dittatura, e l’artista si porta dietro da sempre un’aura maledetta, che in parte è la sorgente stessa della sua arte, il suo non essere come tutti. Dividere nettamente l’uomo dall’opera è comodo, e non è vero. Ma una cosa è dire che la biografia pesa, un’altra è usarla per non dover parlare dei suoi versi o dei suoi quadri. La figura scatta in questo secondo caso: si squalifica un valore estetico, artistico, opponendo un giudizio morale. La discussione non ne è arricchita, è sostituita.

C’è poi un’ultima mossa, più discreta, e alla quale manca ancora un nome: “Anche nell’antica Roma.” Qui nessuno cambia interlocutore, bersaglio, gerarchia, argomento, scala o tribunale. Si resta esattamente dove si era, si è persino d’accordo. Eppure qualcosa è cambiato: la frase iniziale pesa meno. Non è stata confutata, è stata livellata, ridotta a un caso come tanti. Questa mossa non sposta nulla, e per questo sembra innocente. Possiamo chiamarla analogia a svincolo: l’aggiunta di casi affini che non confutano la tesi, ma ne disperdono il peso. Lo svincolo è l’uscita che si imbocca senza fermarsi e senza invertire la marcia: tutto sembra andare nella stessa direzione, ma si è già altrove. E insieme, svincolarsi è liberarsi da un obbligo: quello di rispondere. La serie dei casi è potenzialmente infinita (Roma, Sparta, l’Inquisizione) e nessun elemento pesa più di un altro: “questo fiume è inquinato”, “anche altri fiumi lo sono”. E via di seguito. Tanti casi di cui parlare, senza mai rimanere all’interno della soglia di essere pertinenti.

Naturalmente il confronto, in sé, è legittimo e prezioso: Le figure retoriche che abbiamo descritto tendono invece a non incidere sul giudizio della tesi ma solo a non discuterla, dileguandola in rivoli diversi.

Tutte queste mosse hanno un tratto in comune: sfuggono alla linea retta. Percorrono geometrie diverse. Sono vie di fuga, e ogni geometria ha una sua algebra.

Riconoscere le vie di fuga serve a capire la prospettiva: rendersi conto di quando si è finiti in un angolo.

Dal punto di vista logico sono scorrettezze, ciascuna con il suo nome, riconosciute dall’antichità e arricchite dalla modernità. Ma quando la logica non basta, la retorica si fa arte. Percorse tutte le strade, con le loro prospettive, resta un tono di voce, una fantasia che ne inventa di nuove. Nell’acquerello, a forza di diluire, a volte nasce un colore nuovo.

Immagine di copertina generata.


Alberto Bellani, 14 ottobre 2026